La immaginiamo come una malattia dei bambini, o dei giovani adulti. Eppure una diagnosi di celiachia su quattro o cinque arriva dopo i 60 anni, e il numero cresce man mano che i medici ci pensano di più. Dietro queste cifre ci sono persone che hanno cercato a lungo, e a cui viene annunciata una dieta a vita a un’età in cui pensavano di aver ormai capito tutto delle proprie abitudini.

Perché così tardi

Nelle diagnosi tardive si mescolano due situazioni.

La malattia c’era già da tempo. Sintomi lievi, atipici, attribuiti ad altro per anni o addirittura decenni: un “colon irritabile”, un’anemia prima “del ciclo” poi “dell’età”, una stanchezza “da lavoro”. La celiachia è largamente sottodiagnosticata, lo ripetiamo spesso, e le forme adulte hanno pochi segni digestivi.

La malattia si è davvero scatenata tardi. In una persona geneticamente predisposta, portatrice dei geni HLA-DQ2 o DQ8, che ha mangiato glutine senza problemi per cinquant’anni, la malattia può comparire dopo un evento: un’infezione intestinale, un intervento chirurgico, una gravidanza, uno stress importante, oppure senza una causa identificabile. I geni caricano il fucile, qualcos’altro preme il grilletto.

I segni che ingannano

Nella persona anziana la celiachia si presenta raramente con diarrea e gonfiore. Si presenta con:

  • un’anemia da carenza di ferro, spesso scoperta in un esame del sangue di routine, che non risponde al ferro per bocca, la modalità di scoperta più frequente;
  • un’osteoporosi più marcata di quanto l’età spieghi, o una frattura dopo una caduta banale, l’osso celiaco;
  • una stanchezza inspiegabile, un calo di peso, una perdita di appetito;
  • carenze di vitamina D, di B12, di folati, senza una ragione alimentare;
  • enzimi del fegato (transaminasi) alti, senza altra causa;
  • disturbi neurologici: formicolii, problemi di equilibrio, come raccontiamo qui;
  • a volte stitichezza invece che diarrea.

Davanti a questo quadro si cerca un tumore, una malattia del sangue, un problema di tiroide. Ed è giusto cercarli, perché esistono anche loro. Ma un esame del sangue per gli anticorpi anti-transglutaminasi costa poco, e merita di stare nel bilancio.

Cosa cambia l’età nella diagnosi

Il percorso è lo stesso a qualsiasi età: esame del sangue, poi biopsia tramite endoscopia, continuando a mangiare glutine fino agli esami. Due sfumature nella persona anziana:

  • Gli anticorpi possono essere meno alti che nel bambino. Un esame “al limite” non deve chiudere la ricerca se il quadro è suggestivo.
  • La biopsia viene in genere proposta subito, perché permette anche di verificare che non ci sia altro nell’intestino, cosa che a quest’età conta di più.

Cosa cambia l’età dopo la diagnosi

La riparazione è più lenta. Dove l’intestino di un bambino si ripara in uno o due anni, quello di un adulto con diagnosi tardiva può metterci diversi anni, e restare incompleto. Qui trovi i numeri. Non è un fallimento della dieta, è il ritmo delle cose, e giustifica un monitoraggio più attento: anticorpi, carenze, e spesso una biopsia di controllo a uno o due anni.

Le carenze sono più radicate. Anemia, ossa, vitamina D, B12: si correggono, ma con integrazioni più lunghe e controlli più ravvicinati. La densitometria ossea è quasi sistematica.

La dieta vale la pena. È la domanda che pongono molte persone con diagnosi a 70 anni: “a che serve?”. La risposta è netta. La dieta corregge l’anemia e la stanchezza in pochi mesi, migliora l’osso, e riduce le complicanze di una malattia rimasta a lungo non trattata, compreso il rischio, basso ma reale, di forma refrattaria e di linfoma intestinale, che riguarda soprattutto le malattie rimaste attive per decenni. A qualsiasi età, una persona celiaca che segue la dieta ha l’aspettativa di vita di tutti gli altri.

La dieta a un’età in cui le abitudini sono vecchie

È la vera difficoltà, e non è medica. Cinquant’anni di pane al mattino, di pranzi in famiglia, di ristorante la domenica, e una dieta da imparare, con le sue trappole, i suoi falsi amici, la cucina da riorganizzare. Qualche punto che aiuta:

  • Un dietista formato sul senza glutine, fin dall’inizio: è il miglior investimento dei primi tre mesi. Informati presso la tua ASL o l’AIC su come accedervi.
  • Il coniuge, i figli: la dieta si segue meglio in più persone, e la cucina mista si gestisce.
  • I pasti in comunità, mensa, casa di riposo, ospedale, si preparano come un ricovero: dieta scritta in cartella, prescrizione, verifica del vassoio.
  • Il pane è il lutto più lungo. Ecco come sostituirlo, e il tetto di spesa del SSN aiuta.
  • Il sollievo. Molte persone con diagnosi tardiva dicono la stessa cosa: il peso della dieta conta meno del sollievo di capire, finalmente, anni di stanchezza.

In sintesi

  • Una diagnosi su quattro o cinque arriva dopo i 60 anni. La malattia può essere vecchia e non riconosciuta, oppure davvero tardiva.
  • I segni sono atipici: anemia, ossa, stanchezza, carenze, fegato, nervi. Vale la pena inserire l’esame del sangue nel bilancio.
  • Diagnosi identica, continuando a mangiare glutine. Biopsia subito.
  • Riparazione più lenta, carenze più radicate, monitoraggio più stretto. La dieta vale la pena a qualsiasi età.
  • Dietista fin dall’inizio, famiglia coinvolta, comunità preparate.

Queste informazioni non sostituiscono un parere medico. In una persona anziana un'anemia, un calo di peso o una stanchezza inspiegabili hanno molte cause possibili, alcune urgenti: il bilancio completo si fa con il medico, e la celiachia è una delle piste.